Allevamenti. Il modello del biologico va rafforzato: a fare la differenza è il benessere animale

allevamenti intensivi

Gli allevamenti industriali sono una bomba ecologica, e quelli biologici rappresentano una piccola quota della produzione animale totale dell’Ue: tra l’1% e il 7% a seconda del settore. Ma per raggiungere un vero livello di qualità il regolamento europeo sugli allevamenti biologici non basta più: andare oltre significa puntare soprattutto sul miglioramento delle condizioni di vita del bestiame allevato. I bovini devono poter pascolare all’aperto per almeno 120 giorni l’anno, I vitelli devono poter essere alimentati alla mammella, in modo naturale, e gli allevamenti bio devono scegliere razze a lento accrescimento, in modo tale da assicurare una durata adeguata di vita agli animali. Le scrofe devono poter passare il periodo della gestazione all’aperto e non possono essere rinchiuse nelle gabbie. Ai polli non può essere tagliato il becco (una pratica che denuncia comunque allevamenti affollati) e occorre risolvere il problema dell’eliminazione dei pulcini maschi.

Questi sono alcuni degli standard che FederBio ha messo nero su bianco per ridefinire un sistema di allevamento biologico che sia in grado di produrre vantaggi per l’ambiente, per la salute dell’uomo e che – allo stesso tempo – tenga conto del benessere animale. In occasione della seconda Festa del Bio, che si tiene a Milano il 4 febbraio, viene presentato il nuovo quaderno di Cambia La Terra: “Allevamenti. Sostenibile non basta: il modello è quello del bio”, un testo che definisce lo stato degli allevamenti in Italia e che fa proposte innovative affinché ci sia un nuovo metodo produttivo per la zootecnia.

Il Quaderno, redatto con i contributi di tutte le Associazioni di Cambia la Terra, ISDE Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu, Slow Food e WWF, fa il punto sull’impatto degli allevamenti in Italia e pone degli obiettivi concreti.

Il primo passo da fare rimane senza dubbio la scelta dell’allevamento biologico. Secondo Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio, “bisogna passare da un modello intensivo a uno basato sul biologico e sull’agroecologia” per raggiungere gli obiettivi definiti dalle strategie europee Farm to Fork e Biodiversità: da qui al 2030 il settore agricoltura e allevamento deve dimezzare l’uso di pesticidi chimici e di antibiotici e raggiungere l’obiettivo del 25% di superficie agricola coltivata a biologico.  In questa svolta, il punto più critico è l’allevamento, perché è il comparto che pone il problema maggiore sia per l’inquinamento che per la salute. “Aver separato agricoltura e allevamento – spiega Maria Grazia Mammuccini – ha trasformato il letame da risorsa in problema creando da una parte inquinamento delle acque e del suolo e dall’altra carenza di nutrienti per il terreno. Per questo è fondamentale passare ad un approccio integrato, fornito dai metodi biologici e biodinamici da sempre basati sulla circolarità dei nutrienti”.

Non c’è solo l’inquinamento delle acque. L’agricoltura è la principale fonte di emissioni di ammoniaca, a causa della zootecnia e del trattamento dei relativi effluenti e, in misura minore, dell’uso di fertilizzanti. L’Italia è il quarto Paese emettitore di ammoniaca dopo Francia, Germania e Spagna, le emissioni stimate nel 2020 ammontano a 363.000 tonnellate. Ma l’ammoniaca non impatta solo sulla qualità dell’acqua, ma anche sull’inquinamento dell’aria: l’ammoniaca è tra i responsabili della formazione di polveri sottili e ormai – secondo i dati riportati nel Quaderno – in Pianura Padana il loro contributo è pari a quello prodotto dal traffico stradale.

Da tempo il settore del bio ha avviato un percorso affinché ci sia un cambio di passo anche negli allevamenti biologici. Per questo ha deciso di puntare su un’interpretazione avanzata del regolamento europeo sul biologico, definendo lo “Standard High Welfare”, un modello di allevamento che tenga conto del benessere degli animali, ma anche della conservazione della biodiversità, della valorizzazione delle razze locali e degli allevamenti di piccola scala, importanti per la rivitalizzazione dei territori interni.

Certo, le istituzioni e le politiche non hanno ancora assunto la svolta necessaria. Nel Piano Strategico nazionale della PAC i fondi stanziati andranno in massima parte alla riduzione degli antibiotici, ma gli allevamenti biologici non ne fanno uso e quindi non li potranno ‘ridurre’. “Si determina il paradosso per cui, ancora una volta, la zootecnia intensiva rischia di essere premiata con i fondi pubblici più di quanto potrà esserlo quella bio e l’allevamento al pascolo. Una check-list studiata sul sistema intensivo di grande dimensione e che non consente di registrare il livello di benessere nei piccoli allevamenti e nell’estensivo”, denunciano le Associazioni di Cambia la Terra. “Abbiamo pochi allevamenti bio, per questo è importante che la politica intervenga per dare la possibilità al settore di accedere ai fondi pubblici che, ad oggi, sono molto più accessibili agli allevamenti a larga scala”, sottolinea la presidente di FederBio, presentando il Quaderno. E questo in presenza di una crescente domanda di carne bio che al momento non trova sufficiente copertura da parte dell’offerta nazionale, come sottolinea un documento Ismea, l’ente di ricerca sul mercato agricolo.

Quello che emerge dal Quaderno è invece un approccio in linea con le strategie europee del Green Deal e che avvia un nuovo percorso virtuoso per quanto riguarda l’allevamento di animali. Un tipo di allevamento che – secondo le associazioni di Cambia La Terra – deve essere indicato in modo chiaro in etichetta, affinché i cittadini abbiano la possibilità di fare delle scelte in modo consapevole.

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