Il modello della rivoluzione verde (industrializzazione dell’agricoltura più chimica di sintesi) può considerarsi esaurito a causa dell’enorme impatto ambientale prodotto dall’uso massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi che ha contribuito al deterioramento della terra, alla contaminazione dell’acqua e alla perdita di biodiversità senza riuscire a garantire un reddito adeguato agli agricoltori. Così la Fao, durante l’incontro internazionale sull’agroecologia dell’aprile 2018, ha sintetizzato oltre mezzo secolo di studi scientifici sull’impatto dell’agricoltura intensiva basata su un largo uso di pesticidi.

Come è arrivata un’organizzazione delle Nazioni Unite a un pronunciamento così netto? Questo rapporto mette assieme i tasselli che aiutano a capire. A confutare il mito di quella che è stata paradossalmente chiamata la “rivoluzione verde” – pur avendo dato un contributo importante alla perdita di biodiversità e all’aggravarsi della minaccia climatica – non c’è infatti un solo elemento, ma il riconoscimento di una serie di errori ambientali, sanitari, sociali ed economici.

Nel primo Rapporto “Cambia la terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” sono citati gli autori e gli studi che hanno permesso alla comunità scientifica di raddrizzare la rotta, indicando la strada per recuperare il terreno perduto. È un filo logico che rappresenta una mappa capace di aiutare il legislatore a riorientare l’azione pubblica verso il bene comune. E che ha una forte attualità: oggi è in discussione la possibilità di cambiare la destinazione di una significativa quota di risorse pubbliche che finora è servita a sostenere scelte ad alto impatto ambientale e sanitario e che può essere reindirizzata per sostenere un modello agricolo più sicuro, più sano e più equo. Ma qual è il danno economico complessivo prodotto dall’uso dei pesticidi? Un primo studio sul tema condotto da Pimentel e altri nel 1992, mettendo nel conto alcune esternalità negative, arrivava alla cifra di 8,1 miliardi di dollari l’anno negli USA. Considerando che all’epoca l’acquisto di pesticidi ammontava a una spesa di 4 miliardi, ne deriva che le esternalità negative a carico della collettività erano pari al doppio: per 1 dollaro speso in pesticidi se ne spendevano 2 per le conseguenze prodotte dal loro uso. La ricerca è stata aggiornata in uno studio successivo pubblicato nel 2005 arrivando a valutare i costi derivati dall’uso dei pesticidi – spese sanitarie, perdita di produttività, perdita di biodiversità, costi per il disinquinamento del suolo e delle acque – in circa 10 miliardi di dollari l’anno nei soli Stati Uniti.

L’Italia si trova purtroppo esposta in prima linea nella battaglia contro questo rischio chimico: il nostro Paese è fra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo. Dall’ultimo Report dell’Agenzia europea per l’ambiente risulta infatti che il consumo di principio attivo nella UE è mediamente di 3,8 chili per ettaro: in Italia invece si arriva a 5,7 chili per ettaro, e in 10 anni – dal 2006 al 2016 – si è registrato un aumento della spesa per i pesticidi attualizzata ai prezzi correnti pari al 50% (quella per i concimi è cresciuta del 35%).

Inoltre l’agricoltura intensiva, la monocoltura, l’uso di diserbanti e concimi chimici di sintesi sono tra gli elementi che più impoveriscono il terreno, riducendo la materia organica e la concentrazione di microrganismi e quindi la fertilità. Un dato inquietante perché ci vogliono migliaia di anni per creare pochi centimetri di terreno fertile, ma bastano pochi decenni per distruggerlo. E in Italia l’erosione – che comporta costi legati all’aumento del rischio di inondazioni e frane, all’abbandono delle terre e alla distruzione di infrastrutture – interessa ormai un terzo della superficie agricola del Paese generando una perdita annuale di produttività pari a 619 milioni di euro.

Infine c’è da tener presente l’impatto sul clima dell’agricoltura ad alto uso di chimica di sintesi e di combustibili fossili. L’IPCC, la task force di climatologi organizzata dall’Onu, ritiene che siano proprio il modello agricolo e alimentare oggi imperante e l’uso attuale di suolo e foreste a essere responsabili per il 24% del rilascio dei gas climalteranti. Una conseguenza che potrebbe essere evitata scegliendo la strada dell’agroecologia: secondo i dati pubblicati dal Rodale Institute nel 2011, i sistemi di agricoltura biologica utilizzano il 45% in meno di energia rispetto a quelli convenzionali e producono il 40% in meno di gas serra rispetto all’agricoltura basata su metodi convenzionali. In questo modo l’agricoltura si potrebbe trasformare da problema in soluzione: i terreni organici svolgono un ruolo di assorbimento del carbonio che può arrivare a circa mezza tonnellata di carbonio per ettaro l’anno. Il potenziale tecnico del sequestro di carbonio nei terreni degli ecosistemi agricoli globali è compreso tra 1,2 e 3,1 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno (da 10 a 27 volte le emissioni italiane di CO2 equivalente del 2016).

I numeri vengono dall’Ufficio studi della Camera dei deputati: su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europee: anche solo in termini puramente aritmetici, senza calcolare il contributo del biologico alla difesa dell’ambiente e della salute, circa sei volte meno di quanto che gli spetterebbe. Se ai dati dei fondi europei si aggiunge il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardi, il risultato rimane praticamente invariato: su un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.

Invece di un premio c’è dunque una penalizzazione netta. Nel capitolo di spesa destinato specificamente all’interno dei PSR (Piani di sviluppo regionale) alla vera e propria lotta al cambiamento climatico, solo il 9,5% delle risorse pubbliche va all’agricoltura biologica. Altro tipo di sistemi (ad esempio l’agricoltura integrata, che usa teoricamente meno pesticidi sul campo; o l’agricoltura conservativa, una pratica in cui si evita di dissodare i terreni ma si utilizza ampiamente il glifosato) ricevono maggiori risorse (13%).

In altre parole, gli italiani e gli europei in generale pagano per sostenere pratiche agricole che alla fine si ritorcono contro l’ambiente e contro la loro salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. In questo contesto anche l’onere della prova viene rovesciato. Non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi: il costo della certificazione; il costo della burocrazia (ancora più alta che per gli agricoltori convenzionali); il costo della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace, senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti, e a proteggere il raccolto dai parassiti senza l’uso dei pesticidi di sintesi chimica; il costo della fascia di rispetto tra campi convenzionali e campi biologici.

Occorre anche intervenire subito, fornendo strumenti e opportunità a chi sceglie l’agricoltura pulita e non – come succede oggi – penalizzando chi non inquina, in contrasto con i principi fondanti delle politiche ambientali italiane, europee e internazionali. “Cambia la Terra”, attraverso il Rapporto 2018, intende avanzare delle proposte concrete alla politica.