IL BIOLOGICO

Ma senza chimica si può?

Vanno sfatati anche i pregiudizi sul fatto che per sfamare la popolazione mondiale sia necessario fare ricorso all’agricoltura chimica. Oggi il problema non è aumentare la produzione agricola ma produrre in maniera sostenibile.

Che cos’è il bio?

Pronti, partenza e via… ripartiamo dal biologico e cerchiamo di capire di cosa si tratti davvero. Si produce con metodo biologico solo coltivando o allevando con metodi e sostanze naturali e non utilizzando ogm. L’ecosistema agricolo diventa un sistema in equilibrio: è il modello che dà maggiori garanzie sulla salubrità del cibo e sul rispetto delle risorse naturali.

Le superfici coltivate con metodo bio sfiorano in Italia i 2 milioni di ettari: stiamo parlando di quasi un sesto della superficie agricola nazionale (15,5% per l’esattezza). Gli operatori sono diventati 79 mila. Dal 2010 gli ettari di superficie biologica sono aumentati di oltre il 75% e il numero degli operatori del settore di oltre il 65%.

Diserbanti, insetticidi & Co. cosa si usa nel biologico?

Diciamo subito che il metodo biologico non prevede l’utilizzo di sostanze di sintesi chimica come i diserbanti o gli insetticidi. S’impiegano invece sostanze presenti in natura.

Nel biologico come si migliora la produzione?

Il rispetto dei cicli naturali è al centro di questo modello produttivo e le colture ruotano in modo da promuovere l’efficienza e minimizzare l’impatto antropogenico.

Chi sono gli alleati delle tecniche di produzione biologica?

Un esercito di insetti antagonisti naturali dei parassiti. Ma anche procedure efficaci come la pacciamatura del terreno, che significa creare un tappeto di fieno o erba per proteggere dagli sbalzi termici. O il sovescio: la semina di piante come il trifoglio o il crescione che aiutano la fertilità del terreno e combattono l’erosione del suolo. Nelle aziende bio, a letame e concimi organici come il compost si può aggiungere cenere di legna. Si combattono i parassiti anche con la consociazione, cioè la coltivazione contemporanea di piante diverse, l’una sgradita ai parassiti dell’altra.

Una siepe per migliorare il paesaggio?

In un campo bio troverete siepi e alberi che preservano il paesaggio, certo. Ma danno ospitalità ai predatori naturali dei parassiti e servono come barriera fisica a possibili inquinamenti esterni.

Che differenze ci sono con l’agricoltura convenzionale?

L’approccio è profondamento diverso. Ed è brillantemente condensato in una frase: nell’agricoltura convenzionale si nutre la pianta (a ogni costo, potremmo aggiungere) mentre nel biologico si nutre e si cura il suolo che sostiene la pianta. Una bella differenza. Ma definiamo meglio la cornice operativa dell’agricoltura convenzionale. Dobbiamo partire dal modello di sviluppo economico che, come accade per altri settori, vede al centro dell’interesse l’aumento dei profitti e la riduzione della manodopera. L’obiettivo è centrato con una coltivazione intensiva e dai molti risvolti negativi per l’ambiente: inquinamento delle falde acquifere; impoverimento della biodiversità; induzione di resistenza agli antiparassitari. Persino la FAO ha detto che la cosiddetta ‘rivoluzione verde’ cominciata nel dopoguerra, e che ha significato industrializzazione chimica di sintesi nei campi, si è ‘esaurita’. Perché è stata tutto meno che verde.

La chimica usata dall’agricoltura convenzionale può essere dannosa per la salute?

Pesticidi, erbicidi e insetticidi chimici di sintesi: fanno tutti parte della stessa grande famiglia. Un numero sempre crescente di medici e scienziati chiede con forza una stretta all’uso di queste sostanze perché fortemente dannose per la salute di tutti noi. Accanto ai problemi creati dall’avvelenamento acuto da pesticidi, si va mettendo sempre più chiaramente a fuoco il pericolo derivante dall’esposizione cronica: dosi piccole ma prolungate nel tempo possono avere effetti cancerogeni, di squilibrio ormonale e di alterazione di svariati organi e sistemi dell’organismo umano (nervoso, endocrino, immunitario, riproduttivo, renale, cardiovascolare e respiratorio). Per saperne di più date un’occhiata alla nostra campagna ‘I pesticidi dentro di noi’, su questo stesso sito.

Ma anche il biologico utilizza sostanze chimiche?

Tra i prodotti ammessi, che – vale la pena ricordarlo – sono cera d’api, oli vegetali, estratti di piante, si trovano anche i composti del rame. E nello specifico: idrossido di rame, ossicloruro di rame, ossido di rame, poltiglia bordolese e solfato di rame tribasico. Ma allora anche nel biologico si usano sostanze chimiche? Il problema non è nella chimica tout court. Non è giustificato nessun allarme sanitario connesso all’uso del rame che, al contrario, è indispensabile per il nostro organismo come il ferro, il calcio, il magnesio o il fosforo. È la chimica della natura. 

Il rame si sciacqua via, i pesticidi no

A differenza dei pesticidi sviluppati negli ultimi decenni, i sali di rame usati in agricoltura per il loro effetto fungicida non hanno effetto sistemico, non entrano, cioè, nel ciclo linfatico della pianta: radici, fusto, foglie e frutto. Ma agiscono solo per contatto: rimangono sulla buccia e basta il normale risciacquo con acqua (non serve né bicarbonato né tantomeno sapone) e i sali di rame sono eliminati.
Mentre i pesticidi sistemici pervadono i tessuti della pianta: strofinare con cura o sbucciare il frutto sono solo un esercizio ginnico, non li eliminano. Anche nelle aziende convenzionali si usa rame con la differenza, non certo trascurabile, che vengono aggiunti anche diserbanti, anticrittogamici e insetticidi. E che le dosi tollerate sono più alte che nel bio. 

Anche la carne può essere biologica?

Naturalmente (è proprio il caso di dirlo) sì. Gli animali sono allevati con tecniche che rispettano il loro benessere. Semaforo rosso a gabbie, eccessiva densità e mangimi di bassa qualità. Negli allevamenti bio, gli animali hanno accesso ogni giorno a pascoli e spazi aperti e la loro densità è limitata. Lo prescrivono le normative, non è solo una scelta dell’agricoltore. Salute e benessere dei capi allevati sono essenziali: per questo non si aumenta la velocità di crescita o la produzione di latte e uova con farmaci, ormoni, antibiotici. L’alimentazione si basa su foraggi biologici (freschi e secchi).

Chi controlla le produzioni biologiche?

Le aziende agricole che producono con il metodo biologico devono documentare ogni passaggio su appositi registri predisposti dal ministero delle Politiche agricole, ciò assicura la totale tracciabilità. Un prodotto biologico, sia che provenga da coltivazioni, allevamento o trasformazione, è garantito dal controllo e dalla certificazione di organismi espressamente autorizzati dal ministero. Le norme europee prevedono che la certificazione biologica debba coprire tutta la filiera produttiva. A tutela del consumatore, non solo chi produce ma anche chiunque venda prodotti marchiati come biologici (freschi o trasformati, in campagna, all’ingrosso o al dettaglio) è sottoposto a controlli e ispezioni. Le regole in materia di etichettatura e uso del logo sono rigorose: non si possono mai utilizzare diciture ammiccanti o fantasiose come “prodotto ecologico” o “naturale”. In Europa ogni Stato membro ha incaricato autorità pubbliche e organismi di controllo privati di eseguire rigorose ispezioni, operando sotto la supervisione o in stretta collaborazione con le autorità centrali.

I produttori pagano i controllori?

Sì, certo. Pagano come fanno tutti i produttori che appartengono ad un “club” come i vignaioli che producono vino Dop o gli allevatori che vendono latticini Igp. Gli organismi che effettuano ispezioni e verifiche sono finanziati dai produttori stessi, come accade appunto anche in altri settori alimentari: è la normale prassi. Si fa per il biologico. Si fa per tutte le produzioni di qualità del nostro Paese.