I semi del futuro sono mescolati

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Un nuovo studio conferma il valore della policoltura in termini di resilienza climatica e di difesa della biodiversità 

Seminare contemporaneamente su uno stesso terreno cereali diversi sembra essere una strategia vincente per adattarsi ai cambiamenti climatici, difendere i raccolti e tutelare la biodiversità. Lo conferma una ricerca internazionale che ha verificato sul campo come le colture di specie diverse piantate insieme hanno una  marcia in più rispetto a quelle tradizionali costituite da semi di una sola specie: garantiscono maggiore resilienza e produttività anche in caso di eventi climatici avversi.

La sperimentazione condotta durante la ricerca ha infatti evidenziato che il maslin, un miscuglio  di grano eritreo e orzo,  ha prodotto il 20% in più di grano e l’11% in più di orzo rispetto alle colture di solo grano e solo orzo.

“Questi miscugli riescono a far fronte al cambiamento climatico grazie alla loro capacità di evolversi. Proprio per questo preferisco chiamarle popolazioni evolutive e non miscugli”, spiega Salvatore Ceccarelli, genetista agrario. “Si tratta di miglioramento genetico partecipativo-evolutivo. Coltivando una popolazione evolutiva ci si mette al riparo da malattie ed erbe infestanti nuove o dagli effetti dei cambiamenti climatici perché tra gli individui di una popolazione ce ne saranno sempre alcuni che riusciranno a cavarsela”.

Lo sanno i piccoli agricoltori che in Eritrea, India, Georgia, Grecia, Sudan e Etiopia da secoli praticano questa tecnica agricola. Seminare il maslin – un miscuglio di grano, orzo, segale, miglio, avena, riso –  ha il vantaggio che anche in presenza di fenomeni climatici estremi il raccolto non sarà mai del tutto perduto. 

Inoltre le piante di una policoltura hanno differenti caratteristiche fisiche, ad esempio l’altezza e la profondità delle radici. La conseguenza è che le piante sono in minore competizione tra loro per accaparrarsi le risorse come l’umidità del suolo e le sostanze nutritive. Pertanto, riescono a crescere meglio rispetto a quanto avviene in una coltura di una stessa specie.

L’idea di seminare più varietà insieme non è nuova. Già uno studio dell’Università della California nel 1938 evidenziava come la policoltura sia uno strumento efficace anche per contrastare malattie e tutelare la biodiversità. 

“La biodiversità è importante per la resilienza delle produzioni agricole e per la nostra salute. È quindi indispensabile tornare a coltivare diversità sia tra che entro le colture. La diversità entro culture può essere sfruttata con le popolazioni evolutive che hanno il peculiare vantaggio di conciliare le strategie di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici”, conclude Ceccarelli. 

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