La battaglia contro i microveleni si vince non utilizzandoli

microveleni

Alcuni microinquinanti continuano a essere presenti nei corsi d’acqua per decenni, danneggiando gli ecosistemi e la salute umana

di Maria Pia Terrosi

Minuscoli, difficili da eliminare, pericolosi per l’ambiente e la salute dell’uomo. Uno studio del French National Institute for Agricultural Research (INRAE)  pubblicato su Water Research,  ha rilevato la presenza di microinquinanti nelle acque in  uscita degli impianti di depurazione. 

Molecole di sostanze chimiche quali pesticidi, idrocarburi, ormoni, medicinali  in bassissima concentrazione –   si parla di microgrammi e nanogrammi per litro d’acqua –  che proprio per questo non sono intercettati dagli impianti di trattamento e finiscono nei corsi d’acqua. Quantità minime appunto ma che secondo i ricercatori hanno significativi impatti potenziali sull’ecosistema acquatico e sulla salute umana.

Lo studio in realtà ha potuto analizzare solo un terzo dei 286 microinquinanti classificati prioritari dall’Unione Europea o risultanti da studi scientifici. Per gli altri mancano molti dati e informazioni. Ma già concentrandosi su queste 88 sostanze sono emersi i pesanti impatti ambientali legati al loro utilizzo. Tali da poterli considerare responsabili della scomparsa di una specie acquatica ogni 10 anni.

Tra i microinquinanti analizzati ci sono pesticidi come la cipermetrina molecola presente negli insetticidi, residui di antibiotici e ormoni. In tutti e tre i casi si tratta di sostanze collegate ad attività umana. 

“I pesticidi provengono naturalmente dai terreni agricoli, attraverso la diffusione di prodotti fitosanitari. Ormoni e residui di farmaci arrivano in gran parte direttamente da ciò che noi e gli animali stipati negli allevamenti intensivi consumiamo”, ha spiegato Dominique Patureau, ricercatore presso il laboratorio di biotecnologie ambientali dell’Inrae.

Il fatto è che alcune sostanze chimiche non si degradano velocemente ma persistono in ambiente continuando a contaminare gli ecosistemi, a volte anche per decenni. E’ il caso dei Pcb, bifenili policlorurati, banditi in Francia dal 1987 ma tuttora presenti nelle acque. 

Per questo l’unica soluzione è non introdurle affatto.

Su questo la Francia si sta già muovendo. Dal 2017 è vietato l’uso di prodotti fitosanitari nelle aree pubbliche ed entro il 2025 il governo vuole ridurre del 50% l’uso di pesticidi. L’alternativa – cioè pensare di gestire la presenza di queste sostanze – oltre che rischiosa è molto costosa. Secondo il piano microinquinanti 2016/2021 del Ministero dell’Ambiente, eliminare un chilogrammo di pesticidi dalle acque costa fino a  200.000 euro.

 

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