Giulia Maria, una concreta sognatrice

È mancata Giulia Maria Crespi, fondatrice del Fai e paladina della biodinamica e dell’agro-ecologia.

di Antonio Cianciullo

È sempre stata in anticipo sui tempi. E non si è mai arresa. Giulia Maria Crespi ha combattuto per quasi un secolo per dare visibilità alla sua visione della vita. Prima con il Corriere della sera, che ha voluto aprire a una lettura più moderna della società. Poi con il Fai, il Fondo Ambiente Italiano, che ha creato nel 1975 quando in pochi credevano che la tutela dell’ambiente potesse essere una buona amica dell’economia e non una rivale. Infine con la biodinamica, che per lei ha rappresentato il modo per mettere in comunione le energie della terra e quelle delle persone: una scommessa, quella dell’agro ecologia, in cui si è impegnata personalmente anche con la gestione biodinamica dell’azienda agricola della Zelata e con la partecipazione a EcorNaturaSì.

Giulia Maria Crespi è mancata oggi, a breve distanza dal drammatico incidente che è costato la vita ad Aldo Paravicini, uno dei suoi due figli. E sintetizzare i 97 anni di un’esistenza vissuta sempre in prima linea non è facile. Le 454 pagine del suo auto racconto biografico (Il mio filo rosso, pubblicato da Einaudi nel 2015) potrebbero sembrare tante, ma volano, perché quel filo rosso segna tutta la storia del vecchio secolo e si affaccia in questo.

Dal palazzo di famiglia, in corso Venezia, passano i protagonisti della storia culturale e politica del Novecento: da Dino Buzzati a Guido Piovene da Mario Schifano ad Antonio Cederna, da Pier Paolo Pasolini a Goffredo Parise, dai Pirelli a Gianni Agnelli. E poi, nel 1960, è lei a entrare da protagonista a via Solferino trasmettendo per 14 anni una parte della sua vitalità al Corriere della sera, che era di proprietà dei Crespi. Sono stati gli anni dello svecchiamento del giornale, della direzione di Piero Ottone, delle battaglie feroci all’interno e all’esterno della redazione, con l’area più conservatrice che la chiamava “contessa rossa” o “zarina”.

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Negli anni Settanta, quando si è trovata costretta a passare la mano, non ha abbandonato l’impegno ma lo ha raddoppiato lanciandosi in due avventure che oggi appaiono normali ma che all’epoca sembravano folli. E proprio questo salto del senso comune misura il debito che abbiamo nei suoi confronti: se la tutela dell’ambiente è oggi al centro del nostro interesse, è perché alcuni pionieri, tra cui Giulia Maria, hanno combattuto quella battaglia quando era più difficile farlo.

La prima di queste avventure è stata il Fondo Ambiente Italiano, che ha creato vincendo lo scetticismo dominante: oggi conta su oltre 210 mila iscritti, più di 500 aziende sostenitrici, oltre 60 beni gestiti e milioni di persone che hanno partecipato alle giornate di apertura dei tesori dell’arte.

L’altra avventura è stata l’incontro con la biodinamica: un colpo di fulmine. “Mi metto a studiare, compro libri di agraria e penetro nel complesso magico del vivente”, scrive in Il mio filo rosso. “Scopro la vita pulsante, gli intrecci tra i tanti organismi, la straordinaria compartecipazione di cellule e batteri. La meravigliosa consociazione della biodiversità”. E le scoperte di Giulia Maria non sono mai restate chiuse nel mondo astratto delle idee pure. Si sono sempre mischiate con la realtà. Hanno preso forma operativa alla Zelata, sulle rive del Ticino. E forza dalla passione imperiosa che metteva in tutto quello che le conquistava il cuore.

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Quando chiamava al telefono era impossibile dirle di no. Riusciva a convincere ministri, banchieri, docenti di università remote, direttori di giornali: tutti mobilitati – almeno per un giorno – nelle battaglie a difesa dell’agricoltura senza veleni, capace di tenere assieme uomo e natura, protezione dalle frane e turismo, difesa della salute e occupazione.
Aveva una logica che non faceva sconti. Metteva assieme, una dopo l’altra, le ragioni dell’agro ecologia – dalla maggiore fertilità del terreno alla qualità dei prodotti, dalla lotta contro la desertificazione a quella per la salvaguardia climatica – spingendo nell’angolo gli interlocutori meno propensi ad accettare il punto di vista ambientale. E quando incontrava una resistenza particolarmente accanita tirava sempre fuori una carta a sorpresa per sparigliare il gioco.

Come quando invitò Ibrahim Abuleish, il fondatore di un’azienda biodinamica, Sekem, al centro di una rete di 85 aziende biodinamiche egiziane che danno lavoro a 12 mila persone. Se era riuscito lui a trasformare 1.500 ettari di sabbia in giardino perché arrendersi in Italia? Perché si oppongono in tanti?

Lei rispondeva così: “Sogni? Sì sogni! A furia di sognare, si riesce a portare nel concreto ciò che si sogna”.

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