Un frutto su 4 perso a causa di eventi estremi

suolo

E la crisi climatica colpisce anche le specie selvatiche

di Maria Pia Terrosi

In Italia quest’anno la produzione di frutta è diminuita del 27%.  Come dire che un frutto su 4 è andato perduto a causa di eventi estremi quali gelate, grandine e siccità aumentati del 65% rispetto agli anni precedenti. Pere e pesche hanno perso rispettivamente il 69% e il 48% della produzione rispetto alla media dei 5 anni precedenti. Quasi azzerata la produzione di miele. Prima è stata compromessa da una primavera fredda che ha danneggiato molte fioriture, poi dal caldo estremo che ha stremato le api. 

Sono alcuni dei dati contenuti nel Rapporto “2021 Effetto clima – L’anno nero dell’agricoltura italiana” del Wwf  che analizza come agricoltura e clima siano legate a doppio senso. Da una parte il settore agricolo contribuisce in maniera consistente alla crisi climatica. Dall’altra i fenomeni causati dal cambiamento climatico hanno effetti devastanti sulla produzione agricola. Non solo eventi meteorologici estremi quali siccità e piogge intense, ma anche carenza idrica, degrado del suolo, perdita di ecosistemi e biodiversità possono compromettere la produzione di cibo. 

Ma la produzione agricola è messa a rischio non solo dagli eventi estremi. Mutate condizioni climatiche e meteorologiche hanno fatto sì che nelle regioni a latitudine inferiore alcune coltivazioni quali mais, grano e orzo hanno rese in calo. Solo in parte compensate dalle rese crescenti delle aree a più elevata latitudine. 

L’allarme evidentemente riguarda l’intero pianeta. Si prevede che i raccolti di tutto il mondo diminuiranno con l’aumento delle temperature medie. Mettendo a rischio la sicurezza alimentare di parte della popolazione mondiale. 

Un altro campanello d’allarme viene da uno studio (“Extinction risk of Mesoamerican crop wild relatives”) pubblicato da International Union for Conservation of Nature (Iucn) e un team internazionale di ricercatori,su Plant People Planet che ha analizzato  il rischio di estinzione delle specie selvatiche in  Mesoamerica. 

Si tratta di piante originarie di Messico, Guatemala, El Salvador e Honduras che forniscono le risorse genetiche necessarie per coltivare specie commerciali in tutto il mondo. Con maggiore resilienza ai cambiamenti climatici, ai parassiti e alle malattie, nonché per migliorare i raccolti. 

“Il tasso senza precedenti di perdita di biodiversità, una delle sfide globali che definiscono i nostri tempi, ha importanti conseguenze nel minare la resilienza dei sistemi agricoli. Minacciando la sicurezza nutrizionale e mettendo a rischio di fallimento i nostri sistemi agricoli sempre più omogenei.  La diversità dei parenti selvatici delle colture in Mesoamerica costituisce una parte importante del pool genetico. Fornisce le basi per un miglioramento delle colture significativo a livello globale. Questo studio fondamentale fornisce una solida base per piani di conservazione adeguati per l’agrobiodiversità. Contribuirà a garantire efficacemente la sicurezza alimentare e nutrizionale regionale”, commenta Mariana Yazbek, co-presidente dell’Iucn  Ssc Crop Wild Relative Specialist Group. 

Lo studio ha analizzato 224 piante imparentate con mais, patate, fagioli, zucca, peperoncino, vaniglia, avocado, pomodoro e cotone. Ha rilevato che il 35% di queste specie selvatiche è minacciato di estinzione. 

Il gruppo a più alto rischio di estinzione è la vaniglia, seguita dal 92% delle specie selvatiche di cotone (Gossypium ) e dal 60% di avocado (Persea). Due gruppi legati al mais, Zea e Tripsacum , sono minacciati rispettivamente per il  44% e il  33% delle specie. Sono minacciate di estinzione anche il 31% delle specie di fagioli, il 25% delle specie di peperoncini, il 23% delle specie di patate, il 12% delle specie di pomodori e il 9% delle specie di zucca.

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