Gli obiettivi europei sul bio? Per l’Italia sono un guadagno

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Per raggiungere quota 25% bisogna aggiungere 90 mila ettari campi bio. Il rapporto costi-benefici segna un attivo

 Di Antonio Cianciullo

C’è un settore in cui gli investimenti per raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo sono abbondantemente coperti dai costi evitati: l’agricoltura biologica. È la conclusione a cui si arriva mettendo assieme i numeri che vengono da varie fonti ufficiali.

Partiamo dall’obiettivo europeo. È indicato nella strategia Farm to Fork: entro il 2030 il 25% della superficie agricola utilizzata deve essere destinato al biologico. Le ragioni di questa indicazione sono note: la riconversione abbatte le emissioni serra, difende la fertilità del suolo combattendo l’inaridimento, diminuisce l’inquinamento delle falde idriche, tutela la diversità del paesaggio, migliora la tenuta idrogeologica. Che i benefici ambientali ci siano è evidente e anche intuitivo. Il punto su cui vale la pena di concentrarsi, seguendo il filo dei numeri, è l’aspetto economico della partita.

L’Italia ha una percentuale di campi bio (sfiora il 16%) quasi doppia rispetto alla media europea. Conviene darsi un obiettivo più avanzato, in modo da mantenere una posizione di vantaggio rispetto ai competitor europei? Oppure lo sforzo ci costerebbe troppo? Partiamo dallo scenario economico determinato dal letterale rispetto delle indicazioni di Bruxelles. Quanta strada dobbiamo fare e a che costo?

“Visto che l’obiettivo è una percentuale, cioè il rapporto tra due numeri, conviene cominciare a calcolare il maggiore, cioè la superficie di terreno agricolo effettivamente utilizzata da oggi al 2030”, risponde Lorenzo Ciccarese, responsabile dell’area Protezione specie e habitat e gestione sostenibile dell’Ispra. “Presupponendo che il trend di uso dei terreni agricoli rimanga costante, e che cioè prosegua un leggero declino, possiamo fissare quel livello. Ne consegue che per arrivare a quota 25% bisogna riconvertire circa 90 mila ettari l’anno da oggi al 2030”.

A questo punto abbiamo il primo dei tre numeri necessari per dare un giudizio sulla convenienza dell’operazione. Ora bisogna trovare gli altri due: quanto costa la riconversione di un ettaro di terreno a bio e quali benefici economici si ricavano.

“Per trovare il primo di questi due numeri conviene prendere i dati del Crea sugli ultimi 7 anni di sussidi all’agricoltura biologica dal 2014 al 2019. Viene fuori un costo di 227 euro a ettaro all’anno. Moltiplicando per 90 mila ettari che si dovranno aggiungere si ottengono 20,4 milioni di euro. Questo è dunque l’importo aggiuntivo annuo che dovrà essere calcolato al 2030”.

Segniamo dunque 20,4 milioni alla voce costi. Quanto alla voce ricavi? “Questo calcolo è più complesso e oltretutto manca una stima sui benefici nutrizionali”, continua Ciccarese. “Ci sono però dei calcoli elaborati dalla Banca mondiale sui benefici ambientali dell’agricoltura biologica in Gran Bretagna e in Germania. Si basano sulla rimozione delle cosiddette esternalità negative, cioè il costo delle maggiori emissioni di gas serra, l’inquinamento del suolo da azoto e fosforo, la maggiore erosione del terreno, la perdita di qualità del suolo, la ridotta resistenza ai parassiti, i danni alla salute e alla biodiversità prodotti dai pesticidi. L’assieme di questi danni è valutabile in circa 240 euro per ogni ettaro all’anno. Dunque si può dire che il bilancio della transizione ecologica ha un saldo positivo”.

Sulla base di questi numeri, calcolando i benefici economici non conteggiati in questo calcolo (ad esempio il ruolo di traino dell’export svolto dal bio e la strategicità del settore) per l’Italia darsi un obiettivo che vada oltre il 25% appare una scelta lungimirante.

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