L’agricoltura biologica per combattere i cambiamenti climatici

Quasi mezza tonnellata per ettaro il sequestro di carbonio possibile grazie al bio. I numeri in vista del Global strike for future. Mammuccini: l’agroecologia per difendere le risorse naturali e biologiche.


Greta Thunberg e la sua protesta scuotono le coscienze di milioni di cittadini in tutto il mondo. La mobilitazione del Global strike for future è l’occasione per mettere assieme i numeri e le evidenze che fanno dell’agricoltura biologica un potente alleato contro i cambiamenti climatici. I numeri dell’Ipcc, il gruppo di climatologi e scienziati coordinato dall’Onu, dicono che l’agricoltura ad alto impatto ambientale e l’uso attuale di suolo e foreste sono responsabili del 24% delle emissioni totali di gas serra (l’agricoltura dominante è direttamente responsabile dell’11% del totale dei gas serra).

Proprio la riconversione all’agroecologia è – sempre secondo l’Ipcc – il rimedio alla malattia provocata da un uso eccessivo della chimica di sintesi nei campi. Mentre la gestione convenzionale dell’agricoltura ha rubato a terreni coltivati e pascoli tra il 25 e il 75% del carbonio che contenevano, l’agricoltura biologica può invertire il processo aumentando il sequestro annuo di carbonio (le stime arrivano a un picco di quasi mezza tonnellata per ettaro l’anno). Per la responsabile di Cambia la Terra Maria Grazia Mammuccini “l’agroecologia può fare la differenza: è lo strumento attraverso il quale difendere le risorse naturali e biologiche. Ci aspettano due importanti appuntamenti, la Pac e il Pan che disegneranno le scelte dei prossimi sette o otto anni: è evidente che anche per combattere i mutamenti climatici, abbiamo bisogno di rimodulare le priorità e il biologico è il modello produttivo che più di altri è capace di dare garanzie per la salute dei cittadini e dell’ambiente”.

Secondo Lorenzo Ciccarese, responsabile dell’Area per la conservazione e degli habitat e per l’uso sostenibile delle risorse agro-forestali di Ispra, i sistemi di agricoltura biologica—secondo indagini comparative finora svolte—utilizzano il 45% in meno di energia e producono il 40% in meno di gas serra rispetto all’agricoltura praticata con metodi convenzionali. “Il sistema basato sull’agricoltura ad alto uso di chimica di sintesi è insostenibile per almeno tre motivi”, continua Ciccarese. “Primo: richiede alti input di energia per sintetizzare azoto inorganico a partire dall’azoto molecolare presente in atmosfera attraverso processi industriali che consumano il 5% della produzione mondiale di gas naturale e il 2% della fornitura annuale di energia mondiale. Secondo: dipende dall’estrazione di fosforo non rinnovabile, le cui scorte diminuiranno nei prossimi decenni. Terzo: causa un’alterazione del ciclo naturale di azoto e fosforo, permettendo ai due elementi di essere dilavati dal suolo e di inquinare prima le acque dolci e poi quelle costiere, causando la proliferazione algale e l’eutrofizzazione”.

La desertificazione avanza

In uno spazio di tempo brevissimo, gli ultimi 40 anni, è stato perso quasi un terzo delle terre arabili del mondo a causa dell’erosione e dell’inquinamento. Questa erosione porta alla rimozione di sostanza organica e argilla, sottraendo nutrienti e liberando CO2 e altri gas serra in atmosfera. I tassi attuali di erosione dei campi arati sono in media da 10 a 100 volte superiore ai tassi di formazione del suolo (ci vogliono 5 secoli per formare 2,5 centimetri di terreno fertile).

È il costo di un sistema che ha drogato il rendimento agricolo a spese del capitale: l’utile immediato risulta un po’ più alto ma porta verso la bancarotta. “Mentre per secoli, nella maggior parte dei casi, la fertilità naturale del suolo è stata garantita da una corretta gestione (lavorazioni leggere, rotazioni e avvicendamenti colturali, sovescio, inerbimento, sistemazioni idraulico agro-forestali, conservazione delle siepi e dei boschetti) e dall’apporto di sostanza organica (letamazione, residui di colture agrarie, sovescio), con le colture agrarie che hanno preso piede dopo la seconda guerra mondiale il quadro cambia”, aggiunge Ciccarese. “La meccanizzazione, le monoculture intensive, l’uso massiccio dell’irrigazione e di input artificiali esterni come i fertilizzanti di sintesi e i pesticidi hanno fatto perdere ai terreni i microrganismi utilizzati dalle piante per estrarre nutrienti complessi e per difendersi dalle avversità. Il suolo in molti casi è diventato un sistema idroponico: un semplice substrato fisico privo di interazione naturali”.

Arriva il conto: 38 miliardi di euro

Un’analisi su cui concorda Stefano Bocchi, docente di Agronomia all’Università degli studi di Milano, che in “Zolle” (2015) scrive: “500 milioni di ettari di terre agricole abbandonate hanno perso la loro funzione produttiva ed ecologica. Ripristinando la salute di questi terreni potremmo aumentare non solo la produzione di cibo ma anche il potenziale sequestro di carbonio (…). Le Nazioni Unite hanno stimato che il costo complessivo annuale dei fenomeni di degrado dei terreni raggiunge la cifra di 490 miliardi di dollari, decisamente superiore a quella dei costi della prevenzione. In Europa il costo annuale del degrado dei terreni è pari a 52 miliardi di dollari, 38 miliardi di euro”.

È stata proprio la misura dell’impatto ambientale ed economico dell’agricoltura convenzionale a spingere la Fao a chiedere un radicale cambio di passo. “Il modello della rivoluzione verde, iniziata dopo la seconda guerra mondiale, è esaurito”, ha detto il direttore della Fao José Graziano da Silva durante l’incontro sull’agroecologia organizzato dalle Nazioni Unite a Roma nell’aprile 2018.

“Non si poteva andare avanti guardando solo all’incremento immediato della produttività senza considerare gli effetti di medio e di lungo periodo”, spiega Ewald Rametsteiner, coordinatore del Global Delivery dello Strategic Programme on Sustainable Agriculture della Fao. “Bisogna ancora progredire nella ricerca studiando meglio il modo di incrementare le rese mantenendo basso l’impatto ambientale della produzione agricola. Ma una cosa è certa: la sicurezza alimentare è legata alla difesa degli ecosistemi naturali e deve tener conto degli aspetti sociali, a cominciare dall’occupazione, dal lavoro”.

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