Comunità indigene: i diritti umani messi a rischio dai pesticidi

Verdetto

Una sentenza storica del Comitato Onu per i diritti umani condanna il Paraguay per non aver difeso le comunità indigene dalle conseguenze dei trattamenti fitosanitari

Il governo del Paraguay non solo ha violato il diritto delle popolazioni indigene di vivere in un ambiente sano, ma ne ha messo a rischio l’identità culturale. È una decisione storica quella presa dal Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite che ha condannato il Paraguay per non aver saputo evitare la contaminazione delle terre delle popolazioni indigene da parte dell’agricoltura commerciale, mettendo a rischio salute identità e sopravvivenza delle comunità indigene.

“Per i popoli indigeni il territorio rappresenta casa, cultura e comunità. I danni all’ambiente producono gravi ripercussioni sulla vita familiare, la tradizione, l’identità delle popolazioni. Rischiano di portare alla scomparsa la loro comunità, danneggiando l’esistenza della cultura del gruppo nel suo insieme”. Ha affermato il membro del comitato Onu, Hélène Tigroudja.

Tutto parte da una denuncia presentata più di 10 anni da circa 201 indigeni Ava Guarani. Appartenenti alla comunità di Campo Agua’e situata nel distretto di Curuguaty nel Paraguay orientale. L’area in cui vivono queste popolazioni è circondata da grandi aziende agricole che producono soia ogm, spesso trattata con fumigazioni a base di pesticidi. L’utilizzo protratto per molti anni di queste sostanze ha contaminato l’ambiente, i corsi d’acqua, con conseguenze sulle attività di coltivazione, caccia e pesca condotte da queste popolazioni. Così come sulla loro stessa salute causando vomito e problemi respiratori.

A questi danni secondo il Comitato Onu vanno poi aggiunte le ripercussioni immateriali. “La scomparsa delle risorse naturali per la caccia e la pesca, la raccolta nella foresta e l’agroecologia guaranì hanno causato la perdita delle conoscenze tradizionali. Come le pratiche cerimoniali del battesimo (mitakarai), a causa della scomparsa dei materiali di costruzione della casa da ballo (jerokyha), e dall’estinzione del mais con cui si faceva la chicha (kagui), necessaria per la cerimonia. In questo modo ai bambini viene negato un rito cruciale per rafforzare la loro identità culturale”,  si legge nel documento del  Comitato Onu.

Eppure per molto tempo le denunce delle popolazioni indigene non sono state prese in alcuna considerazione dalle autorità del Paraguay. Ha così fallito nel suo dovere di proteggere la salute e l’identità di questi cittadini. Il Comitato Onu dà ora al Paraguay sei mesi di tempo per individuare i responsabili. Adottare tutte le misure necessarie in stretta consultazione con la comunità indigena,  risarcire le vittime, riparare i danni ambientali e ad adoperarsi per prevenire simili violazioni in futuro.

 

 

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