“La pioggia di finanziamenti pubblici al big farm è il vero problema”

Intervista di Cambia la Terra a Karl Bär,  referente per le politiche agricole e commerciali dell’Umweltinstitut München

di Maria Pia Terrosi

In Europa ogni anno si vendono 360 milioni di chili di pesticidi. Sostanze pericolose rinvenute anche a distanze notevoli dai luoghi dove sono usate. C’è oggi maggiore consapevolezza tra i cittadini del rischio legato all’impiego di fitofarmaci? Cosa è cambiato dall’anno del referendum di Malles? Lo chiediamo a Karl Bär, in queste settimane al centro di una vicenda giudiziaria seguita con attenzione da Cambia la Terra che dimostra come tuttora può risultare scomodo parlare di pesticidi.

E’ cresciuta la consapevolezza dei cittadini rispetto ai danni prodotti dai pesticidi sull’ambiente, sulla salute e sulle possibilità di sviluppo di un’agricoltura sostenibile. Ormai sono argomenti entrati più e più volte nell’agenda pubblica. Basti pensare alle campagne europee contro il glifosato di alcuni anni fa e ai processi contro la Monsanto/Bayer negli Stati Uniti per i danni prodotti da questo diserbante. Oppure al declino degli insetti, tema riconosciuto da molte ricerche. Ci sono molti studi scientifici su questi temi, tra cui anche i nostri, pubblicati di recente, sulla deriva dei pesticidi in Svizzera e Germania.

Diventa sempre più difficile ignorare il problema. Pertanto, le persone iniziano ad agire. Basta pensare alle crescenti quote biologiche del mercato alimentare. Al referendum “Save the bees!” (Salviamo le api!) promosso in Baviera. O ai movimenti come “Nous voulons des coquelicots” (Noi vogliamo i papaveri) in Francia, “Wir haben es satt!” (Siamo stanchi di tutto questo) a Berlino, la “Marcia Stop Pesticidi” nel nord Italia.

Il Comune di Malles, in Alto Adige/Südtirol, è diventato famoso proprio perché è stato un esempio positivo. L’esperienza di Malles dimostra che un gruppo di attivisti, agricoltori biologici e politici locali può sconfiggere con mezzi democratici un’alleanza tra i proprietari terrieri, l’industria agroalimentare e le istituzioni provinciali. Questo è ciò che dobbiamo fare!

 

In questo scenario l’Unione europea sembra purtroppo non avere una posizione chiara: da un lato vota la Farm to Fork e la Strategia per la difesa della biodiversità, dall’altro fa passare una Pac decisamente deludente. Qual è il suo giudizio al riguardo?

L’Unione europea non è un’entità unica. I diversi Stati membri hanno obiettivi diversi. Così come i gruppi del Parlamento europeo e anche diverse parti dell’amministrazione di Bruxelles. In questo momento l’apertura al cambiamento è più evidente che mai, così come la necessità di un cambiamento. Sembra, però, che dopo molti piani promettenti, esista la possibilità di perdere una delle battaglie più decisive. Le posizioni del Parlamento e degli Stati membri per la riforma della Pac sono spesso peggiori della proposta originaria della Commissione.

Molto probabilmente il risultato sarà una PAC che, ancora una volta, darà enormi sovvenzioni a grandi aziende agricole prive di rilevanti requisiti ambientali. In questo caso, gran parte degli obiettivi fissati nella strategia “Farm to Fork” e nella strategia per la biodiversità saranno difficili da raggiungere. Ma il voto finale, sia in Consiglio che in Parlamento, deve ancora arrivare. La Commissione non dovrebbe parlare di biodiversità e sostenerne al contempo la distruzione. Per questo chiediamo che questa Pac venga ritirata: #withdrawtheCAP.

 

Le alternative concrete alla chimica di sintesi esistono e sono già utilizzate nell’agricoltura biologica. Quali sono i principali ostacoli da superare per favorirne lo sviluppo?

Dal mio punto di vista l’ostacolo principale è rappresentato dall’incessante sostegno dato all’agricoltura industriale. Dobbiamo prima di tutto eliminare i sussidi che alimentano cose che nessuno vuole, come le grandi aziende agricole industriali o i giganteschi macelli. I sostegni economici dovrebbero andare solo alle aziende agricole che creano un certo valore per il pubblico proteggendo l’ambiente al di sopra dei requisiti di legge. Poi, alcune cose ovviamente pericolose e non sostenibili dovrebbero essere semplicemente illegali. Come spruzzare glifosato, per esempio, o allevare 500.000 polli in un unico posto. Invece di cercare compromessi, che generano burocrazia per tutti gli agricoltori, i governi dovrebbero vietare le pratiche distruttive. Se ciò accadrà, il mercato dell’agricoltura biologica potrà essere più equo.

Allo stesso tempo va sostenuta  la ricerca scientifica nell’agro-ecologia. Che è la punta di diamante del progresso, non i pesticidi e gli ogm. Poiché le grandi aziende mostrano scarso interesse a finanziare il progresso, i finanziamenti pubblici dovrebbero essere diretti a sviluppare metodi sempre migliori per produrre cibo in sinergia con ecosistemi virtuosi.

 

 

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