Contro altre pandemie, un nuovo standard bio per la zootecnia

allevamenti

Il benessere animale come base per scongiurare la diffusione di virus. È questa la proposta del nuovo, più stringente, standard per gli allevamenti elaborato da FederBio

Si chiama “high welfare”, alto benessere, letteralmente, il nuovo standard targato FederBio che riguarda l’allevamento degli animali. Benessere per gli animali, quindi, associato anche alla riduzione dei rischi per il benessere delle persone. Come ha purtroppo insegnato e sta continuando ad evidenziare la pandemia in corso, le condizioni di vita degli animali impattano non solo sull’ambiente ma anche direttamente sulla salute delle persone.

L’agricoltura biologica, in questo contesto, è un punto di riferimento perché opera nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute degli animali. E lo standard FederBio, la cui elaborazione è stata avviata già a fine 2016 in collaborazione con CIWF Onlus, riguarda in modo specifico il tema di maggiore attualità: il benessere animale.

La ricetta del bio

Per le realtà bio non è permesso forzare la velocità di crescita degli animali o la produzione di carne, latte e uova ricorrendo a sostanze non naturali come ormoni, antibiotici e promotori della crescita. Inoltre, l’alimentazione delle bestie si basa su foraggi biologici (freschi e secchi) e su mangimi anch’essi biologici; le eventuali cure veterinarie utilizzano prodotti omeopatici o fitoterapici.

Si tratta di una lettura della normativa vigente in materia di zootecnia biologica più coerente con i principi definiti nella stessa normativa. L’obiettivo è favorire sempre e comunque il benessere animale. In questa direzione già alcune catene della grande distribuzione si sono mosse. Starebbero, infatti, già utilizzando de facto il nuovo standard per la propria filiera, in particolare per la carne bovina. Mentre altre realtà aziendali “non mainstream” ne stanno facendo una vera e propria filosofia, da contrapporre al sistema dominante della produzione di carne.

No antibiotici

Sul tema più specifico dell’antibiotico-resistenza, la zootecnia biologica è la soluzione invocata da tempo dagli addetti ai lavori del mondo bio. Non mancano però altre iniziative “antibiotic free”, meno radicali, di alcune catene della grande distribuzione e industrie alimentari, che limitano fortemente l’uso di antibiotici allopatici.

In Italia nel piano nazionale di contrasto alla antibiotico-resistenza (qui il report del ministero della Salute) vi è proprio la conferma di questo legame tra condizioni di vita degli animali e salute delle persone.

Si legge infatti nel documento: “Nel settore veterinario viene consumato oltre il 50% degli antibiotici utilizzati globalmente. Questo rappresenta un fattore di rischio per la selezione e diffusione di batteri resistenti. Il trasferimento di batteri resistenti dall’animale all’uomo può avvenire sia per contatto diretto o mediante alimenti di origine animale sia indirettamente attraverso più complessi cicli di contaminazione ambientale. La relazione tra impiego di antibiotici e sviluppo di AMR (la resistenza agli antimicrobici o antimicrobico-resistenza, ndr) nel settore zootecnico, così come il rischio di trasmissione di batteri resistenti all’uomo, sono dimostrati. Meno conosciuti e documentati sono, invece, i meccanismi di trasmissione, in particolare attraverso il consumo di alimenti di origine animale, e l’entità del rischio, che necessitano, quindi, di ulteriori approfondimenti. Oltre alle ripercussioni descritte sulla salute umana, un utilizzo non corretto degli agenti antimicrobici in medicina veterinaria può comportare anche un rischio per la salute animale, un aumento del potenziale rischio sanitario per gli allevatori ed essere responsabile di riduzioni delle produzioni e dell’efficienza degli allevamenti”.
La necessità di ripensare in chiave sostenibile gli allevamenti appare dunque sempre più impellente, per la nostra specie, oltre che per le altre.

Qui il testo integrale del nuovo standard.

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