I cinque assi del bio per battere la crisi climatica

Anche scelte ordinarie come decidere quali prodotti acquistare al supermercato diventano importanti se si vuole fare la propria parte di fronte all’emergenza del cambiamento climatico. Un rapporto spiega perché puntare sul bio aiuta.

di Francesca Langiano

Come dichiarato dagli scienziati dell’IPCC, l’agricoltura tradizionale fornisce un contributo significativo alla produzione di gas serra (pari all’11% del totale). Se a questo si aggiungono le attività di deforestazione e di allevamento intensivo, si raggiunge quasi il 25% delle emissioni totali: ciò significa che l’intero ciclo del settore food è responsabile per un quarto delle emissioni prodotte a livello globale.

In questo quadro il settore del biologico rappresenta un prezioso alleato nella transizione verso un’agricoltura low-carbon, come evidenziato dal rapporto Advancing Organic to Mitigate Climate Change pubblicato dall’ Organic Trade Association: numerosi studi, evidenzia il report, hanno dimostrato come le aziende agricole biologiche emettano il 18% di emissioni in meno rispetto ad altri sistemi agricoli.

Ecco dunque i cinque modi in cui le aziende biologiche contribuiscono alla lotta contro il cambiamento climatico:

 

  1. Assenza di fertilizzanti a base di combustibili fossili. La produzione, il trasporto e l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi a base di combustibili fossili sono molto comuni nell’agricoltura tradizionale. E contribuiscono in modo significativo alle emissioni di gas serra, in particolare di anidride carbonica: basti pensare che la produzione di questo tipo di fertilizzanti rappresenta da sola fino al 10% delle emissioni agricole globali. Nell’agricoltura biologica l’utilizzo di questo tipo di fertilizzanti è completamente vietato, e questo porta a una significativa riduzione delle emissioni di anidride carbonica: se la pratica venisse adottata da tutte le aziende agricole, a livello globale si assisterebbe a una riduzione diretta di gas serra del settore del 20%.

 

  1. Riduzione dell’azoto sintetico nel suolo. Nell’agricoltura convenzionale – in particolare per quanto riguarda le piantagioni di mais e soia – l’applicazione di azoto sintetico (utilizzato per la crescita di piante e animali) rappresenta una delle principali fonti di emissioni dirette di gas serra. L’azoto, innocuo in natura, diventa altamente reattivo e dannoso quando passa attraverso un processo chimico detto “fissazione”: nella forma di protossido di azoto rappresenta un gas serra estremamente potente che, a causa della sua lunga permanenza nell’atmosfera, ha un impatto sul riscaldamento globale circa 300 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. Un recente studio mostra che la produzione biologica utilizza circa il 50% in meno di azoto reattivo rispetto all’agricoltura convenzionale.

 

  1. Salute del suolo e pratiche zootecniche. Colture di copertura, rotazione delle colture, modifiche organiche e aratura, sono queste le quattro tecniche chiave dell’agricoltura biologica che permettono di tutelare la salute del suolo e la fertilità delle colture senza l’utilizzo di fertilizzanti artificiali. Queste pratiche, in aggiunta a una buona gestione dei pascoli, aiutano le aziende agricole biologiche a immagazzinare una quantità maggiore di carbonio nel suolo rispetto a metodi di coltivazione convenzionali e ad alta intensità chimica. Una ricerca citata nel rapporto ha dimostrato che i terreni appartenenti alle aziende agricole biologiche sequestrano il 26% di carbonio in più rispetto ai terreni provenienti da quelle non biologiche.

 

  1. Tutela della biodiversità. La biodiversità gioca un ruolo fondamentale per i sistemi agricoli, specie quando si tratta di adattarsi a un clima mutevole. Uno studio pubblicato nel 2014 sul Journal of Applied Ecology ha evidenziato come le aziende agricole biologiche custodiscano il 30% di specie in più rispetto alle aziende convenzionali. Inoltre, l’agricoltura biologica fornisce un supporto fondamentale per gli insetti impollinatori, in particolare le api. Nonostante da questi insetti dipenda il 75% di tutte le colture coltivate per il consumo umano, la loro salute è sempre più spesso messa a rischio dall’utilizzo di pesticidi dannosi. Diversi studi citati nel rapporto hanno dimostrato che le aziende agricole biologiche supportano fino al 50% in più di impollinatori rispetto alle aziende convenzionali. Come? Fornendo loro habitat diversificati, abbondanti fonti di cibo ed evitando l’utilizzo di sostanze chimiche tossiche.

 

  1. Un terreno più resiliente. L’agricoltura biologica gioca un ruolo importante anche di fronte agli eventi meteorologici estremi causati dal cambiamento climatico: i suoli a gestione biologica hanno più biomassa e una maggiore stabilità e biodiversità rispetto ai suoli a gestione convenzionale; tendono inoltre ad avere una migliore capacità di trattenere l’acqua, porosità e stabilità, e ciò rappresenta una forma di protezione importante in caso di siccità e inondazioni.

 

 

 

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