Una valutazione su misura per l’agricoltura intensiva

Uno studio pubblicato su Nature dimostra come molte analisi LCA spesso trascurano fattori rilevanti come la biodiversità, la qualità del suolo e l’impatto dei pesticidi. Arrivando così a conclusioni falsate sull’agricoltura biologica

 di Maria Pia Terrosi


Il Life Cycle Assesment, il metodo più utilizzato per valutare gli impatti ambientali di un prodotto nel suo intero ciclo di vita, favorisce i sistemi agricoli intensivi. In pratica penalizza l’agricoltura biologica non riuscendo a valutare correttamente alcuni indicatori fondamentali.  E’ la posizione di tre ricercatori europei che hanno analizzato molti studi condotti con il metodo di LCA pubblicando i risultati su Nature Sustainability. In pratica l’analisi Lca pur tenendo conto di molti impatti sull’ambiente prodotti nell’intero ciclo di vita (dai consumi idrici ed energetici, a quello di suolo) spesso trascura altri aspetti vitali, come la perdita di biodiversità, la degradazione del suolo, l’impatto dei pesticidi su salute ed ecosistema, gli effetti sul tessuto sociale. Mancanze che alterano la valutazione e possono portare a conclusioni sbagliate.

Secondo i ricercatori dunque l’analisi della Lca è troppo semplicistica. “Quando si confrontano l’agricoltura biologica e quella intensiva, ci sono effetti più ampi che l’approccio attualmente impiegato non considera adeguatamente ignorando alcuni benefici dell’agricoltura biologica”, si legge nella ricerca.

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Valutazione, i benefici trascuraati

Uno fra questi riguarda la biodiversità, elemento fondamentale per la salute e la resilienza degli ecosistemi, messa in serio pericolo dai sistemi agricoli intensivi.“Gli attuali studi Lca raramente tengono conto di effetti legati alla perdita di biodiversità e quindi di solito non considerano l’ampio beneficio al riguardo derivante dal modello agricolo biologico”, precisa Marie Trydeman Knudsen, coautrice del rapporto.  “Alcune ricerche hanno dimostrato che nei terreni dove si coltiva secondo metodi biologici i livelli di biodiversità sono superiori del 30% rispetto a quelli rilevati nelle coltivazioni intensive”.

Un altro fattore ignorato riguarda l’impiego di pesticidi, aumentato nel mondo del 73% tra il 1990 e il 2015. Anche in questo caso gli effetti dannosi per uomo e ambiente legati alla presenza di residui di pesticidi nel suolo, nell’acqua e nel cibo non sono sempre adeguatamente considerati nelle valutazioni.

Anche il degrado del terreno e la minore qualità del suolo che deriva da una gestione insostenibile del territorio sono un problema che raramente viene misurato. Così come sono trascurati i benefici derivanti dalle pratiche di agricoltura biologica, come ad esempio la rotazione delle colture e l’uso di fertilizzanti organici.

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Secondo i ricercatori l’aspetto sostanziale che falsa le valutazioni è legato al fatto che nelle Lca l’impatto ambientale viene analizzato per chilogrammo di prodotto. Ciò favorisce i sistemi intensivi che possono avere un impatto minore per chilogrammo, ma hanno decisamente un impatto maggiore per ettaro di terreno rispetto al modello biologico. Focalizzarsi sulla valutazione per unità di prodotto costituisce una scelta precisa a favore dell’agricoltura convenzionale.

Questo approccio favorisce i sistemi agricoli ad alto input intensivo che producono rendimenti più elevati ma forniscono complessivamente minori servizi ecosistemici rispetto a quelli biologici. In pratica la valutazione deve adottare una prospettiva più ampia, considerare gli impatti negativi dei pesticidi e gli effetti delle pratiche agricole sulla salute del suolo e sulla biodiversità.

“Le analisi Lca hanno bisogno di un approccio a grana più fine e non fermarsi a guardare semplicemente alle rese complessive. Occorre cogliere i vantaggi dei sistemi più piccoli e diversificati che dipendono maggiormente dai processi ecologici e si adattano alle caratteristiche locali del suolo, del clima e dell’ecosistema”, conclude Christel Cederberg della Chalmers University of Technology, Svezia.

 

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