“Dietro la fame dell’Africa, il fallimento dell’agricoltura intensiva”

Il rapporto FAO avverte che cambiamenti climatici e conflitti fanno aumentare i prezzi delle derrate alimentari e causano massicce migrazioni. “Paghiamo il costo di scelte agricole sbagliate che hanno penalizzate le colture tradizionali e le comunità rurali”, dichiara l’agronomo Stefano Cocchi, già consulente dell’ONU e della Commissione europea

di Goffredo Galeazzi


La notizia che arriva dall’Africa, con l’ultimo rapporto FAO, testimonia l’aumento del rischio alimentare, soprattutto a causa dei conflitti e degli shock climatici che stanno causando danni alle produzioni agricole, in particolare nei Paesi più vulnerabili dell’Africa orientale e del Medio Oriente, dove un numero crescente di persone ha bisogno di assistenza umanitaria: “Le guerre civili e l’insicurezza sono le principali ragioni che spiegano i tassi elevati di fame in 16 di questi Paesi che vanno dal Burundi allo Yemen. I conflitti stanno causando massicce migrazioni, ostacolano le attività agricole fanno aumentare drasticamente i prezzi alimentari di base”. La violenza ha sconvolto le rotte commerciali tradizionali intorno al Sahel, facendo salire i prezzi, mentre aumenta la carenza di cibo nella Libia meridionale e orientale. Nell’Africa Orientale la produzione cerealicola è crollata del 7,2%.

Il cambiamento climatico, legato all’uso dissennato dei combustibili fossili, sta giocando un ruolo importante nella crescita dell’insicurezza alimentare. Ma quali sono le altre responsabilità per questo fallimento che sta destabilizzando anche il bacino del Mediterraneo? Che responsabilità ha il modello dell’agricoltura super intensiva che fa largo uso di chimica di sintesi? “Lo sviluppo dell’agricoltura africana ha inizialmente tratto vantaggio dall’uso di tecniche moderne di coltivazione, incluso l’uso massiccio di fertilizzanti, pesticidi e sementi ibride”, risponde Stefano Cocchi, l’agronomo che, come consulente del Programma ONU per lo sviluppo, dell’Organizzazione internazionale del lavoro, della Commissione europea e della Banca Mondiale, ha avuto una lunga esperienza di lavoro sul campo in Africa e in vari Paesi in difficoltà. “Queste sementi però hanno un problema: sono state selezionate in ambienti diversi da quello africano e sono adatte a metodi di coltivazione che richiedono dimensioni aziendali e mezzi tecnici non alla portata della stragrande maggioranza dei contadini africani. Purtroppo il modello di agricoltura commerciale ha prevalso in particolare nei Paesi dove esistevano aziende di grandi dimensioni – per esempio in Africa Australe – già nei decenni ’70 e ’80”.

Dunque le radici dei problemi che oggi stanno esplodendo in tutta la loro drammaticità è lontana. “Tuttavia”, aggiunge Cocchi, “già in quell’epoca, negli anni ’70 e ’80, vari esperti avevano detto che la marginalizzazione delle aziende contadine avrebbe diminuito la resilienza del sistema nel suo complesso, spingendo tra l’altro verso l’urbanizzazione i contadini impoveriti con conseguente instabilità sociale ed aumento della povertà. E’ quello che puntualmente è successo”.

In sostanza il contributo dell’agricoltura contadina alla sicurezza alimentare è stato sottovalutato e l’incremento delle importazione di prodotti alimentari di base, favorita anche dagli accordi sul libero commercio, ha dato una spinta ulteriore alla marginalizzazione dell’agricoltura contadina già in crisi.

“Invece di proseguire sulla strada dello sviluppo di tecniche agricole adatte a piccole aziende dotate di mezzi di produzione modesti, è prevalsa l’idea che il libero commercio fosse la risposta a tutti i problemi”, aggiunge Cocchi. “In realtà il commercio aveva sì bisogno di essere sviluppato, ma per assicurare l’arrivo sul mercato dei prodotti locali provenienti dalle aziende contadine: ci volevano investimenti pubblici soprattutto nel settore del trasporto e in quello degli stoccaggi, oltre che uno sforzo nella ricerca e nella divulgazione di tecniche adatte all’agricoltura contadina”.

Non va inoltre trascurato l’effetto boomerang provocato dall’aver trascurato le varietà locali, più adatte al luogo degli ibridi commerciali, quasi sempre sviluppati condizioni molto diverse da quelle che si trovano in diversi contesti africani. Alcune delle caratteristiche che si sono perse sono fondamentali, soprattutto nel nuovo contesto creato dal cambiamento climatico. “Parliamo di resistenza alla siccità, di limitato fabbisogno di elementi nutritivi ed anche di una migliore rispondenza alle tradizionali abitudini alimentari”, spiega l’agronomo. “Queste caratteristiche, anche se non consentono rese per unità di superficie al livello di molte varietà commerciali più sofisticate, forniscono però nel medio periodo un mix di vantaggi comparati e garantiscono una continuità alle produzioni dei piccoli produttori che non sarebbero in ogni caso in grado di coltivare varietà che richiedono mezzi tecnici non alla loro portata”.

A completare il ciclo di un percorso virtuoso del cibo occorrono poi un buon circuito commerciale, di raccolta, di trasporto, di stoccaggio. Gli aiuti allo sviluppo dovrebbero andare in questa direzione se si vuole sostenere l’economia africana. Altrimenti diventano aiuti nascosti a multinazionali occidentali e una minaccia aperta per la stabilità di tutto il bacino mediterraneo.

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